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Lo stato dell'Oregon ha una delle regolamentazioni più restrittive di tutti gli Stati Uniti per quanto riguarda le etichette di vino, infatti 'Oregon Champagne' o 'Oregon Burgundy' non si producono. Harry Peterson-Nedry, fondatore di Chehalem Winery, ha firmato la dichiarazione comune (redatta durante questo meeting) in rappresentanza dell'Oregon Wine Board (Consiglio Enologico dell'Oregon).
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| Il Carlo Rossi 'Burgundy' (destra) è fatto negli Osa; il Bouchard Pere & Fils Beaune du Chateau Premier Cru, fatto con Pinot Noir, è il prodotto originale e viene prodotto nella regione francese della Borgogna. |
| Foto di Craig Lee per il Chronicle |
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"È dal 1977 che è proibito usare sulle etichette di vino prodotto in Oregon nomi di luoghi diversi da quelli di produzione delle uve, ossia i cosiddetti nomi geografici semi-generici", dice Peterson-Nedry. "Noi sosteniamo di tutto cuore il riconoscimento accurato dei luoghi di origine, quale garanzia per il consumatore quando acquista vino, o altri prodotti la cui qualità dipende dal luogo di produzione, ovunque si trovi nel mondo. A meno ché non vogliamo produrre solamente vino comune, dobbiamo onorare quei luoghi unici nel mondo che producono grandi vini".
Qualità, tradizione ed immagine dei prodotti originali vengono messe in discussione (e danneggiate da questo uso improprio dei nomi). C'è un'enorme differenza qualitativa fra una bottiglia di 'California Champagne' di Cook, che va al pubblico a $5.99 la bottiglia (vedi valore aggiornato in altre valute) e una bottiglia da $40 (vedi valore aggiornato in altre valute) di Champagne francese. Il vino californiano viene preparato in fretta ed in enormi quantità, l'originale francese invece viene preparato secondo il laborioso metodo champenoise, secondo il quale vino fermo viene sottoposto ad una seconda fermentazione in bottiglia e viene affinato per lungo tempo in cantina, sviluppando perlage e complessità. Quando lo 'champagne' di Cook finisce, in cantina non fanno altro che prepararne un'altra infornata.
"Il nome di origine di un vino è estremamente importante" dice Etienne Bizot, direttore responsabile della casa produttrice di Champagne Bollinger. "Gli americani stanno finalmente iniziando a comprendere che per quanto riguarda il vino, il luogo d'origine conta più del marchio".
Per il momento tuttavia, il marchio ha una forza d'attrazione magnetica sul consumatore medio americano quando che acquista vino. Per esempio, marchi australiani come Yellow Tail (Coda Gialla) e Little Penguin (Piccolo Pinguino), che sono stati creati e confezionati con in mente i gusti statunitensi, hanno avuto un tremendo successo su quel mercato. Non importa dov'è stata coltivata l'uva, basta che nella bottiglia ci sia un vino beverino, fruttato, economico e con un minimo standard qualitativo consistente.
Anche i produttori californiani prestano molta attenzione ai marchi, basta guardare alla quantità di vini in commercio sotto ai $10 al pubblico che portano la denominazione 'California' sull'etichetta. Il 'senso' del territorio viene sacrificato in favore del prezzo, di un packaging attraente e della ubiquità del prodotto.
Quando Jack e Jamie Davies nel 1965 hanno dato vita a Calistoga all'azienda Schramsberg Vineyards, decisero di aggiungere 'Champagne' sull'etichetta del loro vino spumante per dimostrare ai consumatori che la loro impresa, partendo con uve coltivate nella Valle di Napa, era seriamente intenzionata a produrre vino spumante di qualità superiore. Il vino veniva inoltre prodotto secondo lo stesso metodo champenoise utilizzato nella zona di Champagne.
"Nel 1965 il mercato (del vino) attraversava un momento difficile", dice il cantiniere e direttore generale di Schramsberg, Hugh Davies, figlio di Jamie e del fu Jack. "A quei tempi credo che nessuno prestasse troppa attenzione a quello che veniva scritto sull'etichetta. Noi abbiamo acquisito una certa visibilità in più con l'aggiunta della parola 'Champagne' sull'etichetta. La gente ci prendeva un po' più seriamente".
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